Divining Triptychs: Printmaking, Dance, and Poetry Across Millennia: works by Robert Woods, Lucinda Weaver, and Alan Bern

Live performance:
Giovedì 22 Novembre ore 18:30
Le Scalze – Chiesa di San Giuseppe delle Scalze – Salita Pontecorvo, 65. Napoli

Le Scalze ospitano la performance e la mostra multimediale che riunisce i lavori di Alan Bern – poeta e storyteller, Lucinda Weaver – coreografa e danzatrice, Robert Woods – artista e fine stampatore. Bern, Weaver e Woods da tempo lavorano lungo linee parallele tessendo insieme le loro opere in collaborazioni pensate per luoghi specifici. Woods e Bern hanno creato e condotto insieme per quarant’anni Lines & Faces (linesandfaces.com) un’edizione di preziosa stampa d’arte. Weaver – che ha ballato con la Margaret Jenkins Dance Company – ha co-creato performance di danza e poesia con Bern per 15 anni, unendo le due arti sotto il titolo PACES: dance & poetry fit to the space. La performance napoletana del 22 novembre vede l’allestimento di poesia e danza di Bern e Weaver affiancata dalle stampe d’arte di Lines & Faces (linesandfaces.com) con le illustrazioni di Woods. Al centro dell’evento vi sono le traduzioni da Dante di Bern e il suo poema “Dialogo”, un drammatico scambio tra Ildegarda di Bingen e Francesco D’Assisi.    

 

BIOGRAFIE:

Lucinda Weaver si è formata come danzatrice e ha studiato danza, con David Wood, presso l’Università della California a Berkeley dove ha incontrato Margaret Jenkins che la ha invitata a essere co-fondatrice della Margaret Jenkins Dance Company in San Francisco. Ha poi vissuto in Europa dove ha lavorato come danzatrice solista e coreografa. Al momento è docente ospite presso la Teatro Dimitri Accademia, università svizzera di teatro movimento.

Robert Woods si è formato come maestro di disegno, incisione e artigiano stampatore all’Università della California a Santa Barbara e ha lavorato per oltre 30 anni presso la Madison Street Press di Oakland. E’ pittore, scultore, incisore e tipografo d’arte.

Alan Bern è stato a lungo bibliotecario per bambini – ora è in pensione – alla Berkeley Public Library e ha lavorato per 25 anni presso le biblioteche pubbliche del territorio della baia di San Francisco. Ha pubblicato due raccolte di poesie per la Fithian Press: No no the saddest (2004) e Waterwalking in Berkeley (2007). Un terzo volume –  Greater distance and other poems (2015) – è stato curato per le edizioni d’arte da lui fondate Lines & Faces, con le illustrazioni di Robert Woods, linesandfaces.com. Alan è anche traduttore di poesie dall’Italiano. Performer, lavora con Lucinda Weaver in PACES: dance & poetry fit to the space e con i musicisti di Composing Together, http://composingtogether.org/workshops/48-my-words-my-music.

 

 

Cave Canem. Mostra di Jota Castro

27 ottobre – 26 novembre 2018

Sabato 27 ottobre 2018
ore 10.00 – Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo
ore 12.00 – Castel Sant’Elmo

Sabato 27 ottobre 2018, a Castel San’Elmo si inaugura l’ultima tappa del progetto di Jota Castro a Napoli, realizzato dalla Galleria Umberto Di Marino, dal 25 al 27 ottobre, in diverse sedi espositive: Galleria Umberto Di Marino, Ipogeo di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, Riot Studio, Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo e Castel Sant’Elmo, alternando opere fondamentali per il percorso dell’artista a nuove produzioni.

Jota Castro continua a sviluppare le sue note a margine sulla recente storia europea, stavolta immergendosi nel cuore della città che considera come uno straordinario laboratorio sociale, per attivare punti di vista differenti rispetto alle conflittualità che animano da più parti la società contemporanea. Rileggere alcuni dei lavori alla luce dei luoghi che li ospitano significa, infatti, avvicinare la riflessione su questioni cruciali del nostro tempo alla quotidianità di chi abita il territorio, invertendo il linguaggio brutale che recentemente connota il dibattito politico con lo spiazzamento che il lavoro dell’artista è stato sempre in grado di provocare nel pubblico. La ricerca maturata durante tutto l’arco temporale della collaborazione con la galleria, infatti, si è strutturata in una coerente analisi socio-politica e culturale della crisi, partendo innanzitutto dall’evoluzione dell’idea stessa d’Europa, prima ancora che delle sue istituzioni.

I temi delle migrazioni, della chiusura dei confini e dell’avvento delle politiche nazionalistiche, a seguito delle pressioni economico-fiscali e della disgregazione culturale, sono stati individuati negli anni da Jota Castro come campanelli d’allarme per il doloroso svuotamento di significato del sogno di una politica transnazionale, garante dei diritti umani e civili, che tuttavia continua a mantenere il suo fascino ideologico.

Da un paesaggio cupo, di vecchi fasti ormai posticci e bellezza deturpata, il progetto di questa esposizione riparte, fornendo nuove cornici interpretative ai fenomeni presi in esame. I lavori site-specific si fanno messaggeri di una riflessione che offre uno spazio ancora possibile d’immaginazione, in cui tentare di ricucire questa ferita collettiva e ridare sostanza e concretezza a ciò che rimane della nostra storia comune.

I temi della ricerca dell’artista si sviluppano nelle diverse sedi: alla Galleria Umberto Di Marino protagonista è la storia della globalizzazione del XXI secolo; nell’Ipogeo del Purgatorio ad Arco, il rischio per le giovani promesse di essere oppresse dal passato nella ricerca dei propri spazi di libertà e d’immaginazione; nelle opere al Riot Studio le ferite che restano impresse nella coscienza con un invito a cercare nuove soluzioni. Sentimenti simili animano le installazioni presenti nella Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, dove il gesto di sporgersi a guardare il futuro in una culla e ritrovare il proprio volto, come in Leche y Ceniza (2008), responsabilizza nei confronti del mondo che stiamo lasciando alle nuove generazioni, drammaticamente segnato dai confini che ci auto infliggiamo (Borders, 2006), dai rispettivi dogmatismi con cui affrontiamo il dibattito sulle conseguenze dei cambiamenti climatici (Kerigma, 2010, già esposta al Museo MADRE nella collettiva Trasparenze), dai pregiudizi che accompagnano l’incontro con nuove culture (Energy, 2006). La preoccupazione dell’artista si sintetizza allora in un gesto lirico estremo, che tenta di ricucire una crepa con l’oro, materiale simbolo della storia del colonialismo, senza riuscirci ancora fino in fondo in Is it getting better? (2018).

I lavori esposti al Castel Sant’Elmo, cercano quindi di scardinare gli immaginari negativi ormai legati al tema del viaggio, come evidente nel festone di manette che si staglia contro il paesaggio cittadino in Possa la tua luce essere eterna e il tuo dolore transitorio (2018) e in Because the life (2008) con i volti contratti e accartocciati di quanti sono partiti motivati dalla speranza. Jota Castro recupera la dimensione simbolica dell’attraversamento con il blu Mediterraneo e il rosso sangue di Atardeceres rojos e Hope and blame (2018) nelle acquasantiere, mentre cerca ossessivamente di rammendare i resti della bandiera europea fino a quando non si trasforma in un unico tappeto di spille da balia (Jugaad, 2013-2018).Infine, affida il sogno di un lieto approdo alle mani delle decine di persone che hanno piegato le barchette di carta de La Niña, la Pinta e la Santa Maria (2009-2018, installazione esposta anche alla 17a Biennale di Sidney) un invito a recuperare una condizione ideale d’innocenza da portare con sé nel nuovo mondo che ci si accinge a costruire.

Il percorso si è aperto il 25 ottobre, alla Galleria Umberto Di Marino, con la granitica solidità dell’acciaio, protagonista della storia della globalizzazione del XXI secolo: Chi non si indigna della situazione in cui ci troviamo è un pezzo di merda (2018) pone l’attenzione sull’errata convinzione di aver superato, attraverso la tecnologia, la necessità di risorse materiali, le quali restano comunque alla base del nuovo colonialismo. Le false impressioni sono presenti anche nelle tracce di una storica performance al Palais de Tokyo, Discrimination day (2005), in cui venivano ostacolati durante l’ingresso al museo tutti i visitatori che non avevano mai sperimentato una condizione di discriminazione. In Enjoy your travel (2006), lavoro site-specific realizzato per una precedente mostra e riallestito in questa occasione per l’urgenza dei suoi contenuti, il volo immaginario sulla pista che termina fuori dalla finestra per scampare a questa miopia politica e sociale viene preceduto dall’atto di rompere con il passato attraverso Breaking Icons (2004-2018) ovvero le icone che hanno fortemente caratterizzato l’identità europea nel bene e nel male.

Durante la seconda giornata di apertura, il 26 ottobre, ricorrono considerazioni simili nello spazio dell’Ipogeo del Purgatorio ad Arco, dove 12 farfalle, come le 12 stelle della bandiera europea, vengono rappresentate nella loro fragile precarietà, schiacciate da massi vulcanici provenienti dal Vesuvio. Refricare cicatricem (2018) è un grido rivolto alle giovani promesse che rischiano di essere oppresse dal passato nella ricerca dei propri spazi di libertà e d’immaginazione. L’installazione è introdotta dal ritmo convulso di Someone like me (2018), il numero di vite umane perse nel Mediterraneo negli ultimi cinque anni, destinato purtroppo a salire incessantemente.

Ferite che restano impresse nella coscienza comune come tagli in una bandiera, generatrici di mostri e di paure sintetizzati nello spazio del Riot Studio da Would I lie to you? (2018), due occhi terrorizzati che sbucano dalle assi di legno del pavimento. Uno sguardo privato di ogni controllo sul proprio futuro, nella cui impotenza ciascuno può in parte riconoscersi, passando in rassegna le piccole pesantissime tessere marmoree che compongono il metro di problemi di Panem et Circenses (2011). Ancora una volta l’artista invita a cercare nuove soluzioni, mandando al macero il peso della tradizione come in Biblioteca 01 (2008), che raccoglie brandelli di volumi cardine della storia napoletana e dell’identità mediterranea.

Jota Castro è nato nel 1965 a Lima, in Perù, vive e lavora a Bruxelles, in Belgio
Jota Castro è un artista e un curatore. Ha esposto al Palais de Tokyo, Parigi, Kiasma Helsinki, alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Gwangju, dove ha ricevuto il Gran Premio della Biennale nel 2004. Ha curato il “Pabellon de la Urgencia” per la 53 a e 55a Biennale di Venezia e nel 2011 Dublin Contemporary.
Ha esposto alla Biennale di Sydney, Uplands Gallery e Y3K Art Center, Melbourne, Contemporary Art Museum Santiago del Cile, Josee Bienvenu Gallery, New York, Barbara Thumm Gallery, Berlino, Jumex Collection, Messico, Fondazione Helga de Alvear, Madrid, Galleria Massimo Minini, Brescia, Italia.
Tre sono le mostre personali che Jota Castro ha realizzato alla Galleria Umberto Di Marino: Enjoy your travel nel 2006, Memento mori nel 2011, Gemütlichkeit nel 2013.

 

Presentazione di “Colazione a Sarajevo” di Luigi Lusenti

Sabato 27 ottobre 2018 presso Le Scalze, alla Salita Pontecorvo 65, alle 17.30 si terrà la presentazione del libro di Luigi Lusenti, “Colazione a Sarajevo”, organizzata dal Forum Tarsia e dal Coordinamento Le Scalze. Sarà presente l’autore  che discuterà della suo libro  con Sergio Bizzarro, Costanzo Ioni e tutti i presenti.

Colazione a Sarajevo esce più di vent’anni dopo i fatti che vengono narrati relativi alla guerra nella ex – Jugoslavia.  “Non è un saggio, non è neppure un reportage seppur il racconto è il più fedele possibile. È più l’espressione di uno stato d’animo, un patchwork quasi sempre di situazioni vissute. L’autore, fra il 1991 e il 1996, ha partecipato attivamente a manifestazioni per la pace sia nelle più sicure retrovie dell’Unione Europea sia, in prima linea, sotto i palazzi minacciosi degli oligarchi jugoslavi, ha attraversato più volte i territori in guerra per spedizioni di soccorso, è stato corrispondente del Manifesto, ha avuto un ruolo di primo piano in operazioni quali Telefonski Most. Si è detto che ciò che è successo era prevedibile, che l’odio etnico e religioso aveva radici profonde e tenaci, eppure quali erano i segnali evidenti in città e quartieri non corrosi da pratiche di apartheid o di una qualsiasi forma di ghettizzazione, quale è stato il fiume sotterraneo che ha improvvisamente fatto emergere sentimenti di così violenta negazione dell’altro.

Lusenti non evita di descrivere nel suo complesso anche il mondo di cui fa parte, quella comunità di pacifisti e giornalisti che ha pagato un duro prezzo con numerose vittime sul campo ma che comunque non è esentata da critiche ad alcuni eccessi e deviazioni. È dunque un resoconto senza omissioni e si prova una sensazione di inadeguatezza, anche per esprimere un semplice commento, rispetto a questa pluralità di vicende descritte, una narrazione ancora più inquietante perché consapevole di rappresentare solo un frammento, seppur esemplare, di migliaia di accadimenti. È questa probabilmente l’utilità di questo libro che ci costringe a misurarci con l’inadeguatezza delle nostre strutture sociali quando esplode la brutalità e la violenza, oggi che si agitano sentimenti di intolleranza nei confronti dei disperati che arrivano nei nostri paesi in cerca di una prospettiva di vita, il riemergere di follie razziste, religiose, nazionaliste che rappresentano la negazione dell’essere umano, nessuno può opporsi all’esistenza di un altro, non può esserci un luogo sbagliato dove nascere e morire” (Dalla post-fazione di Costanzo Ioni).

C’è qualcuno lì dentro?

Mostra di pittura collettiva, esito del laboratorio condotto da Caroline Peyron durante l’anno 2017/18 alle Scalze. Inaugurazione sabato 20 ottobre alle ore 17.00.
Domenica 21/10 apertura della mostra alle 11.00. Alle ore  12.00 laboratorio di pittura collettiva aperto a adulti e bambini. Dopo l’interruzione per il pranzo riapertura alle 17.00

Di cosa parliamo quando parliamo di progresso?

Sabato 13 ottobre alle 17.30 presso Le Scalze, alla Salita Pontecorvo 65, riprende, dopo la pausa estiva, il ciclo di Conversazioni filosofiche per tutti, “Vieni a prendere un tè alle Scalze”, organizzato dal Forum Tarsia e dal Coordinamento Le Scalze.

Il primo incontro autunnale avrà come tema “Di cosa parliamo quando parliamo di progresso?”.

Sorseggiando una tazza di tè cercheremo di analizzare una delle parole centrali del nostro lessico quotidiano.  Come scrive il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein:  “La nostra civiltà è caratterizzata dalla parola Progresso. Il progresso è la sua forma, non una delle sue proprietà….”.  Eppure mai concetto, tanto importante, in quanto costitutivo dell’essenza stessa della modernità, è apparso al tempo stesso tanto controverso, oggetto privilegiato di continue puntualizzazioni critiche che ne hanno messo in evidenza impietosamente le aporie e le ambivalenze.  Nella storia della cultura occidentale, ogni movimento orientato verso un futuro che si suppone migliore del suo punto di partenza, è sempre stato accompagnato da una controspinta, da un ripiegamento nostalgico verso il passato, verso un mondo perduto che va irrimediabilmente dileguandosi. Come ha scritto Jacques Bouveresse “c’è sempre nel progresso qualcosa che avanza e insieme retrocede, e anche chi si sente in dovere di credere nel progresso non riesce mai a decidere davvero se ciò che prevale sia l’avanzamento o l’arretramento”.

La domanda che cercheremo di porci nel corso dell’incontro è se esista realmente qualcosa che possa definirsi progresso. Soprattutto dopo il secolo di Auschwitz e Hiroshima, dei massacri di massa e delle pulizie etniche, della devastazione ambientale e dell’esaurimento delle risorse del pianeta. E se esiste veramente qualcosa che procede verso una direzione migliore, in cosa consiste tale miglioramento? Si tratta di un mero accrescimento quantitativo o piuttosto di un mutamento qualitativo? E ancora: a chi può essere ascritto tale progresso? Al singolo individuo, alla società, a una nazione in particolare o all’umanità intera? Infine: può essere considerato progresso quello che oggi appare una semplice accelerazione e velocizzazione delle operazioni del vivere quotidiano determinate dallo sviluppo della Tecnica?

Piccoli nasi rossi

Martedì 2 ottobre alle 17.30 alle Scalze in Salita Pontecorvo 65 iniziano i laboratori di Teatro Circo per bambine e bambini di 6-10 anni a cura dell’Associazione Ramblas.

Sott’ ‘e bombe. Musica e poesia per la gentilezza e la pace

Domenica 16 e domenica  23 settembre 2018 alle ore 17.30, il Forum Tarsia e il Coordinamento Le Scalze presentano, presso la Chiesa di S.Giuseppe delle Scalze,  in Salita Pontecorvo 65, “Sott’ ‘e bombe. Musica e poesia per la gentilezza e la pace”, a cura di Sergio Bizzarro e Costanzo Ioni. Si tratta della Quinta edizione della manifestazione che lancia un messaggio poetico per la gentilezza e la pace e contro la violenza. Si svolge ogni anno in uno dei tanti rifugi antiaerei (o nei suoi pressi) della seconda guerra mondiale a ricordo di morti e distruzioni che hanno sconvolto Napoli, città da cui parte un simbolico abbraccio a quanti ancora oggi soffrono per le violenze commesse dall’uomo nelle tante guerre che ancora funestano il nostro pianeta.

Quest’anno la riflessione si vuole allargare ad altre “bombe” che stanno provocando, giorno dopo giorno, un ulteriore logoramento del legame sociale, già messo a dura prova dalla crisi economica: parliamo del pericoloso proliferare dei tanti stati di avversione, convincimenti, sentimenti ed emozioni negative nei confronti del prossimo,  in particolare dello “straniero”.  Tali pulsioni  negative sono senza dubbio facilitate dalla rissosità presente nei social media, dalla naturale tendenza a trovare un “capro espiatorio” alla propria infelicità,  e dal propagandismo di alcuni settori politici che pensano, in questo modo,  di rimuovere l’inconcludenza del loro operare. Queste nuove “bombe” hanno nome intolleranza, xenofobia, violenza, aggressività, omofobia, razzismo, volgarità, risentimento.

Ad esse vogliamo opporre, attraverso la musica e la parola poetica, il potere della pace e della gentilezza.

Quest’ultimo, com’è risaputo, è un concetto cardine della poesia italiana delle origini, elaborato in modo particolare dagli stilnovisti, che con esso facevano riferimento non solo alla nobiltà di sangue, ma soprattutto a quella più generale elevatezza dei sentimenti che si costruisce attraverso l’esercizio della virtù. La gentilezza è la prerogativa di chi concepisce sentimenti di magnanimità, solidarietà ed empatia nei confronti degli altri: stretto è pertanto il rapporto con la philantropia e la pietas del pensiero antico, la caritas cristiana o la karuna buddista. Gentile è colui o colei che esprime amabilità, garbo, cortesia nel trattare con gli altri, che non indulge nella volgarità e nel risentimento e che mette da parte l’egoismo, per dare voce a una sua particolare finezza di sentimenti.

Dovremmo chiederci a questo punto dove sia finita la gentilezza in un mondo in cui lo spirito dialogico basato sul rispetto dell’altro, da sempre carne e sangue della democrazia, si affievolisce sempre più;  in cui la conflittualità (sempre legittima e  più che mai necessaria per la “messa in forma” della Pòlis) diventa il più delle volte rissosa e inconcludente, interessata come è esclusivamente alla continua denigrazione dell’avversario politico.

Forse sarà il caso di  riflettere insieme per ricordare come la rinuncia alla gentilezza sia purtroppo il sintomo di una profonda malattia dell’humanitas e privi gli esseri umani di un piacere fondamentale per il loro senso di benessere: non a caso l’imperatore Marco Aurelio affermava che la gentilezza è la delizia più grande dell’umanità e Rousseau che solo il prenderci cura degli altri ci rende pienamente umani. È la gentilezza, quindi, che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze. RESTIAMO UMANI!

Il 16 settembre è previsto l’intervento musicale del cantautore napoletano Roberto Ormanni e il reading poetico con Angela Procaccini, Ciro De Novellis, Ino Fragna, Vincenzo De Simone, Carla De Falco, Marco Melillo, Floriana Coppola, Ariele D’Ambrosio, Serena Ferrara.  Il 23  ci sarà un set elettronico con la musicista parigina Nina Hoppas oltre al consueto reading con Daniela Montella, Ketti Martino, Lina Sanniti, Ferdinando Tricarico, Giovanna Silvestri, Claudio Pennino, Giulio Mendoza, Giulio Pacelli, Renata Cagno, Nada Skaff.

Roberto Ormanni. Roberto Ormanni, napoletano classe ’93, porta in scena musica d’autore italiana dalle sonorità folk-jazz. Il suo primo disco, titolato “Quello che non siamo”, è stato pubblicato nel 2016 ed è stato prodotto da Apogeo Records. Oggi è al lavoro al suo secondo disco. Canzoni come cartoline in presa diretta del mondo contemporaneo, in uno spettacolo che cerca di restituire la poesia delle piccole storie fuori tempo. Esistenze lasciate sui bordi, sogni abbandonati o spazzati via, gioie invincibili e cuori resistenti: sono gli elementi che compongono lo specchio al negativo di una realtà che si ostina, nonostante tutto, a restare illuminata e ad aggrapparsi alla bellezza che non scompare. Il 16 settembre si esibirà accompagnato da Luca Cappuccio al violoncello.

Nina Hoppas. Artista parigina, è iniziatrice di un progetto di musica sperimentale elettronica/industriale. La sua musica unisce sonorità distorte, spettrali e ferruginose, evocando un universo dalle atmosfere oscure e riflessive. Ha partecipato a diverse rassegne europee di musica elettronica e sperimentale.  In particolare quest’anno è stata Direttrice artistica  di Phoemina#1, Festival dedicato alla musica sperimentale suonata esclusivamente da donne, che si è svolto l’1,2,3 giugno ad Aqui Terme.

Banda Larga Music Factory

La sala prove delle Scalze ha concluso il suo primo anno di apertura con l’esibizione di alcune tra le formazioni musicali di adolescenti che l’hanno utilizzata gratuitamente all’interno del progetto BandaLarga. Grazie ai F.U.N.Z., The Scrummy Slap e la Banda Studentesca Scampia. Grazie anche a Mohssen Kasirossafar, Francesco Paolo Manna e Antonino Anastasia, che hanno aperto la serata con una performance di percussioni Arabe. Il progetto BandaLarga è realizzato dalla ScalzaBanda ONLUS sul territorio della Seconda Municipalità nell’ambito dei progetti innovativi per la valorizzazione e la partecipazione degli adolescenti del Servizio Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza dell’ Assessorato al Welfare del Comune di Napoli.

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“Evidence of Contemporary Disquiet” a cura di Davide Di Maggio

Il Goethe – Institut di Napoli è lieto di presentare la mostra:

“Evidence of Contemporary Disquiet”
a cura di Davide Di Maggio

Eija-Liisa Ahtila / Günter Brus / Enzo Cucchi / Berlinde De Bruyckere / Giorgio de Chirico / Angus Fairhurst / Nan Goldin / Sandra Hauser /Jörg Immendorff / Mark Manders / Giovanni Manfredini / Fabio Mauri /Jonathan Meese / Gina Pane / Evan Penny / Andrea Salvino / Markus Schinwald / Dash Snow / Francesca Woodman

Opening: Mercoledì, 06 giugno, 2018 – ore 18,30

07 giugno – 31 luglio 2018
Chiesa di San Giuseppe delle Scalze
Salita Pontecorvo 65, Napoli
Le Scalze

Con il prezioso supporto di
Dott. Ssa Maria Carmen Morese, Direttrice del Goethe-Institut Neapel
Dott.ssa Elke Atzler, Direttrice Forum Austriaco di Cultura, Roma
Francesca Blandino, assistente del curatore

In un’epoca dove i canoni di bellezza sono radicalmente cambiati, dove la nostra vita scorre in uno stato semipermanente di anestetizzazione dalla gioia, dal dolore, dalle immagini che “sgorgano” a ritmo frenetico e continuo, questa mostra vuole porre una resistenza forte, per non essere a sua volta metabolizzata in una forma effimera che non le appartiene.
Vuole riportare, attraverso i sensi, ad un alto livello percettivo che non implica il guardare, ma il vedere e il sentire.
Le opere, disseminate nei bellissimi spazi della Chiesa di San Giuseppe delle Scalze, hanno forme e significati assoluti, non sono simboliche ma nascono dalla necessità degli artisti di non creare nuovi simulacri passeggeri, ma di dare forma ad una nuova bellezza nell’irrealtà che ci circonda.
L’intento di questa mostra è non tanto di svelare le opere, ma l’artista stesso, in quanto punto di riferimento e centralità, di fare avvicinare il visitatore, nei limiti del possibile, alla parte oscura, mantenendo però ineludibile quella nascosta e inafferrabile presente in ogni lavoro.
L’arte deve assumersi la responsabilità e, perché no, l’autorevolezza, di creare un’opposizione, una controffensiva efficace rispetto un determinato fine. Per quanto piccolo possa essere, il segno dell’artista si deve caricare sempre di un’energia nuova, positiva e profonda rispetto all’effimero della vita.

All’inaugurazione sarà presentato il catalogo edito in occasione della mostra.

Gli artisti saranno presenti all’inaugurazione.

Particolari ringraziamenti a:

Tutti gli artisti
Goethe – Institut, Napoli
Dott.ssa Maria Carmen Morese, Direttrice Goethe – Institut, Napoli
Dott.ssa Elke Atzler, Direttrice del Forum Austriaco di Cultura, Roma
Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
Avv. Paolo Picozza, Presidente Fondazione Giorgio e Isa De Chirico, Roma
Lorenzo Canova, Roma
Collezione Agovino, Napoli
Le Scalze, Napoli
Achille Mauri, Milano
Michela Rizzo, Galleria Michela Rizzo, Venezia
Fondazione Morra, Napoli
Dott. Giuseppe Schillaci, Modena
Gabriella Russo, Napoli
Simone Frittelli, Firenze
Hermine Aigner, Roma

Ai prestatori:

Sadie Coles, Londra, Los Angeles, New York, Hong Kong, Zurigo
CFA, Contemporary Fine Art, Berlino
Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
Galleria Fumagalli, Milano
Mariam Goodman, New York, Parigi
Hauser & Wirth, Londra
Henze & Ketterer, Wichtrach (CH), Riehen (CH), Basilea
Krinzinger Galerie, Vienna
Studio Fabio Mauri, Roma
Galerie Thaddeaus Ropac, Londra, Parigi, Salisburgo
Michael Werner, London, New York
Galleria Zero, Milano
Zeno X Gallery, Anversa


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The Goethe – Institut in Naples is pleased to present the exhibition:

Evidence of Contemporary Disquiet
Curated by Davide Di Maggio

Eija-Liisa Ahtila / Günter Brus / Enzo Cucchi / Berlinde De Bruyckere / Giorgio De Chirico / Angus Fairhurst / Nan Goldin / Sandra Hauser /Jörg Immendorff / Mark Manders / Giovanni Manfredini / Fabio Mauri /Jonathan Meese / Gina Pane / Evan Penny / Andrea Salvino / Markus Schinwald / Dash Snow / Francesca Woodman

Opening: Wednesday, 06th of June, 2018 – at 6,30 p.m.

07th June – 31st July 2018

Chiesa di San Giuseppe delle Scalze
Salita Pontecorvo 65, Naples

with the precious support of
Dott.ssa Maria Carmen Morese, Director of the Goethe – Institut Naples
Dott.ssa Elke Atzler, Director Forum Austriaco di Cultura, Rome
Francesca Blandino, Assistant to the curator

At a time when aesthetic canons have changed radically, a time in which our life flows in a semi-permanent state of anesthesia from joy, pain, from the images that “gush” at a frenzied and continuous rhythm, this exhibition intends to put in place a strong resistance, in order not to be, in turn, metabolized into an ephemeral form that is foreign to it.
It intends to bring back, through the senses, a high level perception that does not involve looking, but seeing and feeling.
The works, scattered in the beautiful spaces of the Church of San Giuseppe delle Scalze, are endowed with absolute forms and meanings; they are not symbolic, they are born of the artists’ need not to create some fleeting simulacra, but to give shape to a new beauty in the unreality surrounding us.
The intent of this exhibition is not so much to reveal the works, but the artists themselves as central reference points, to allow the visitor to come as close as possible to the dark side, while preserving the inevitably hidden and elusive part that is present in each work.
Art must take on the responsibility and, why not, the authority, of creating an opposition, an effective counter-offensive with respect to a given end. As small as it might be, the sign of the artist must always be charged with a new, positive and profound energy regarding life’s ephemeral nature.

The catalogue published on occasion of the exhibition will be presented at the inauguration.

The artists will be present at the opening.

Special thanks to:

All the artists
Goethe – Institut, Naples
Dott.ssa Maria Carmen Morese, Direttrice Goethe – Institut, Naples
Dott.ssa Elke Atzler, Direttrice del Forum Austriaco di Cultura, Rome
Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Rome
Avv. Paolo Picozza, Presidente Fondazione Giorgio e Isa De Chirico, Rome
Lorenzo Canova, Rome
Collezione Agovino, Naples
Le Scalze, Naples
Achille Mauri, Milan
Michela Rizzo, Galleria Michela Rizzo, Venice
Fondazione Morra, Naples
Dott. Giuseppe Schillaci, Modena
Gabriella Russo, Naples
Simone Frittelli, Florence
Hermine Aigner, Rome

To the Lenders:

Sadie Coles, Londra, Los Angeles, New York, Hong Kong, Zurigo
CFA, Contemporary Fine Art, Berlino
Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma
Galleria Fumagalli, Milano
Mariam Goodman, New York, Parigi
Hauser & Wirth, Londra
Henze & Ketterer, Wichtrach (CH), Riehen (CH), Basilea
Krinzinger Galerie, Vienna
Studio Fabio Mauri, Roma
Galerie Thaddeaus Ropac, Londra, Parigi, Salisburgo
Michael Werner, London, New York
Galleria Zero, Milano
Zeno X Gallery, Anversa

Exibart ne ha parlato

Dialettiche del desiderio a partire dal ’68

Giovedì 24 maggio alle ore 18.00 alle Scalze, Salita Pontecorvo 65,  ci sarà il terzo incontro di “Vieni a prendere un tè alle Scalze? Conversazioni filosofiche per tutti”, organizzato dal Forum Tarsia e dal Coordinamento Le Scalze. Questa volta, in occasione del cinquantenario del ’68, abbiamo scelto di discutere sulle  “Dialettiche del desiderio a partire dal ‘68”.

Sorseggiando una tazza di tè, proveremo a interrogarci in modo non accademico e provocando una discussione il più possibile partecipata,  sull’eredità che ci ha consegnato il grande movimento di mezzo secolo fa,  che è sicuramente l’ultima e più radicale messa in discussione della società in cui ci troviamo a vivere: il capitalismo.  E’  questo il lascito più grande, e tanto “inattuale”,   a cui  vogliamo rendere omaggio ancora una volta. Così come vogliamo ricordare come questo movimento sia stato all’origine della produzione di nuove forme di vita e di straordinari processi di soggettivazione che hanno determinato, nel bene e nel male,   alcuni aspetti rilevanti del  modello di società che si è imposto nell’ultimo mezzo secolo.  Molte istanze presenti nel ’68, come quelle inerenti all’antiautoritarismo e alla liberazione del desiderio, nel corso degli anni, hanno preso direzioni inaspettate, intrecciandosi talvolta con quell’ingiunzione a godere e a consumare che è diventato il tratto caratteristico dell’odierno neoliberismo. Partendo dal dibattito tra Foucault e Deleuze su piacere e  desiderio, torneremo a interrogarci perciò sulla possibilità di liberare il desiderio da questo abbraccio mortale per riconsegnarlo a un progetto radicale di trasformazione della società.