Scalza Banda presenta Banda Larga alla Galleria Principe Umberto

Il 24 febbraio alle ore 12:00, all’interno della Galleria Umberto I di Napoli, la ScalzaBanda ONLUS presenta l’evento finale del progetto BandaLarga, realizzato dall’Associazione nell’ambito dei progetti innovativi per la valorizzazione e la partecipazione degli adolescenti promossi dal Servizio Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza e dall’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli. Interverrà l’Assessore alle Politiche Sociali Roberta Gaeta.
L’evento si ispira al MusBa FEST, il primo raduno delle bande ed orchestre giovanili della Campania che la ScalzaBanda ha organizzato nel 2014. Dopo cinque anni l’appuntamento si ripete, estendendosi al territorio nazionale. Diverse formazioni musicali giovanili provenienti da Sicilia, Abruzzo, Lazio, Piemonte e Lombardia, si uniranno in un unico grande concerto collettivo. Le formazioni saranno ospitate dalle famiglie dei ragazzi della ScalzaBanda, nell’ottica dello scambio di esperienze e della condivisione della bellezza e della musica.
Il progetto BandaLarga, finalizzato a creare un percorso di promozione della creatività e del protagonismo degli adolescenti attraverso la musica, è stato realizzato dalla ScalzaBanda ONLUS nel territorio della Seconda Municipalità del Comune di Napoli, nei quartieri di Montesanto e Mercato, in collaborazione con le Associazioni Asso.Gio.Ca. e Obiettivo Napoli.

con GYM – Growing Young MusiciansPequeñas Huellas – Crescere in Orchestra – International orchestraAssociazione “Aegusea” Nuova Vincenzo BelliniRoberta Gaeta,Comune di NapoliAssessorato al Welfare – Comune di NapoliRusticaXBandAssociazione Musicale Alkantàra “Piccole note sulle orme di Abreu”Orchestra Giovanile “Musica in Crescendo”Obiettivo Napoli

XIV Carnevale di Montesanto – Cucù settè

(Quel che è vero falso è)
Cucù settè è il gioco della sorpresa: del nascondersi prima (sapendo che l’altro ti vede), e del mostrarsi poi (sapendo che l’altro non aspetta che questo). Alla fine di ogni “siparietto”, inevitabile e attesa, irrompe la risata, prima trattenuta, poi liberata, a sciogliere una tensione subito pronta a ricominciare in un giro vorticoso di nascondimenti e svelamenti. Possiamo anche supporre che “cucù” sia la finzione e “settè” la verità, magari quella verità che nessuno ha il coraggio di mostrare se non con un gioco: e allora ecco uscire fuori paure, desideri, voglia di giocare, di correre, di vivere… Quel che sembrava una cosa invece ne è un’altra: quel che è vero falso è.
Partendo da questa semplice suggestione il XIV Carnevale a Montesanto vuole provare a dar forma a due diverse declinazioni del gioco: quello liberatorio dell’infanzia e quello ben più pericoloso che si sta giocando nel mondo della politica e dell’informazione, dove sempre più spesso quel che sembrava vero invece è falso.
Oggi che siamo passati dalla “società dello spettacolo”, fondata sul potere della televisione, a quella della “rivoluzione digitale”, basata sui social media, ci imbattiamo continuamente in “siparietti” in cui  i confini tra vero e falso diventano sempre più labili e quello che viene percepito come verità, il più delle volte, è solo un’immagine apparente dietro la quale si nasconde una realtà ben diversa. Nell’epoca che alcuni opinionisti hanno definito della post-verità o delle verità alternative, a tutti è consentito reperire informazioni e immagini in pochi secondi, ma non sempre a queste corrisponde la verità. La formazione dell’opinione pubblica d’altra parte sembra non tener più in alcun conto la corrispondenza tra ciò che viene affermato dalla politica e la sua realtà fattuale, con risultati tragici per la tenuta democratica dei diversi paesi. Come scrisse nel 1967 Guy Debord, “nel mondo realmente rovesciato il vero è  diventato un momento del falso”.
Cucù settè è quindi  il gioco del nascondimento e dello svelamento e, attraverso di esso, proveremo a mettere in scena, nei laboratori di preparazione del Carnevale e nella grande parata del martedì grasso, questo mondo che confonde il vero con il falso: il mondo delle fake news e della demagogia; dei ciarlatani al potere e del cinismo generalizzato. A questo mondo, che non ci piace affatto, vogliamo opporre un altro  disvelamento: quello  della risata liberatoria dei bambini.

laboratori per la preparazione del carro:

Sgarrupato – vico lepre 17 ogni mercoledì dalle 16.oo alle 18.30 – ogni giovedì dalle 19.00
Piazzetta olivella – ogni sabato dale 10.30 alle 13.30 con tanti spettacoli per bambini

Vale la pena. La ScalzaBanda nel carcere di Poggioreale

Mercoledì 30 gennaio: esibizione musicale di “Il nuovo carosello napoletano” e “La Scalzabanda” nell’Istituto Penitenziario Poggioreale di Napoli.
Nell’ambito del progetto “Vale la pena. Attività a sostegno della popolazione detenuta straniera”, realizzato da Cidis Onlus e finanziato con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese, mercoledì 30 gennaio alle ore 10.30 nella Chiesa Centrale della Casa Circondariale Poggioreale di Napoli ci sarà il concerto finale del “Laboratorio musicale e di canto creativo”.
“Il nuovo carosello napoletano”, questo il titolo dello spettacolo, è il risultato di un percorso laboratoriale intenso, iniziato nel mese di ottobre e condotto dal percussionista napoletano Francesco Paolo Manna, con un gruppo di detenuti, italiani e stranieri, che attraverso la musica, la voce e il ritmo si sono messi in gioco. Gli incontri sono stati per i partecipanti un’evasione dalla quotidianità del carcere e uno spazio non conflittuale e competitivo dove la collaborazione e la condivisione sono state le modalità comunicative privilegiate.
Per l’occasione si esibiranno i ragazzi della ScalzaBanda, la banda musicale che dal 2012 realizza un percorso d’integrazione sociale attraverso la pratica musicale collettiva nel quartiere Montesanto di Napoli e che ha accolto con entusiasmo l’invito a suonare insieme ai detenuti nell’Istituto Penitenziario. Sarà sicuramente una mattinata piena di emozioni sia per i detenuti che per i giovani musicisti.

Globalizzazione: unica strada? La sfida identitaria e sovranistra

Sabato 1 dicembre 2018 alle 17.30 presso Le Scalze alla Salita Pontecorvo 65 si terrà il nuovo incontro di “Vieni a prendere un tè alle Scalze? Conversazioni filosofiche per tutti” che avrà come tema: “Globalizzazione: unica strada? La sfida identitaria e sovranista”.

Gustando una buona  tazza di tè con  dei biscottini, discuteremo insieme su una categoria fondamentale per la comprensione dei nostri tempi, la globalizzazione, a partire dall’analisi dell’impetuoso cambiamento politico che oggi sta interessando tanti paesi dell’Europa e del mondo. A quasi venti anni di distanza dal movimento no-global, il quadro generale che ci troviamo davanti sembra radicalmente cambiato: a protestare oggi contro gli effetti deleteri della globalizzazione non sono più i movimenti di giovani, gli operai, i forum sociali che, partendo da Seattle (USA),  avevano agitato le piazze dell’Europa e del mondo, ma quei partiti politici populisti e sovranisti che spesso conquistano il consenso dei cittadini, e poi il governo del paese,  in nome della lotta alla speculazione finanziaria internazionale e alle élites mondiali, propongono il ritorno ai confini nazionali, alle piccole e grandi patrie, opponendosi alla libera circolazione delle merci e degli uomini, talvolta  in nome di un  ritorno al protezionismo.

Partendo da questo scenario cercheremo di interrogarci su alcune temi di fondo, chiedendo aiuto ancora una volta alla riflessione filosofica, storica e politica del secolo scorso e di questi ultimi anni.  La globalizzazione è realmente l’unica alternativa che gli abitanti del pianeta si trovano oggi davanti? E’ possibile una critica alla globalizzazione che rifiuti ogni ripiegamento identitario e sovranista per  ricostruire  le condizioni di un progetto emancipatorio e di un nuovo internazionalismo? E infine: come ritornare a pensare le relazioni tra locale e globale, identità e differenza, stato e mercato in termini non antitetici?

Mercato Meraviglia 2018

Giunto alla decima edizione, Mercato Meraviglia ritorna per il sesto anno per l’immancabile appuntamento natalizio nella Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Montesanto il 15–16 dicembre. In questa edizione saranno esposti trentasette progetti di autoproduzione, attentamente selezionati tra le numerose proposte pervenute.

Nel corso degli anni Mercato Meraviglia si è affermato tra gli eventi nazionali per la promozione del design fatto a mano e ha esposto oltre 150 progetti napoletani e nazionali. L’evento si propone inoltre di valorizzare differenti forme di arte attraverso un ricco programma di eventi collaterali tra i quali musica dal vivo, spettacoli teatrali per grandi e bambini, laboratori, visite guidate e molto altro.

Sono tre i pilastri su cui si basa l’organizzazione della fiera e che ne sono il carattere distintivo: l’attenta selezione di autoproduzioni di design, per offrire al pubblico una varietà di prodotti di alta qualità e promuovere il talento locale; la valorizzazione dei beni dove l’evento è ospitato; la creazione di comunità, perchè il Mercato Meraviglia si configura come uno spazio di condivisione e di scambio sul design contemporaneo, oltre che l’occasione per trascorrere insieme momenti di convivialità grazie alla presenza di attivitá collaterali.

La fiera nasce a Oaxaca in Messico nel 2012, ispirandosi all’atmosfera dei tradizionali mercati messicani dove differenti forme di espressione artistica convivono e si alimentano, in un’esperienza unica per i partecipanti e per il pubblico di tutte le età. A Napoli, la magia dell’atmosfera del Mercato Meraviglia è rafforzata dalla bellezza della chiesa di San Giuseppe delle Scalze, gioiello del Barocco napoletano.

Archintorno è organizzatore dell’evento: un gruppo di architetti napoletani impegnata dal 2005 in progetti di cooperazione internazionale, autoproduzione e valorizzazione del patrimonio culturale. In collaborazione con Le Scalze, coordinamento di associazioni che si occupa della valorizzazione della chiesa di San Giuseppe delle Scalze.

In mostra:

AB – Alberto Bottillo, Action Woman – Progetto Roots, AG Albachiara Gatto, Amelie&Co., Bottega Gradelle, Cartoo, controlzeta lab, Creativi-Tee-Shirt, Creazioni Black Velvet, Dario Scotto, Fancy Goodies, Filotrama, Giovanni Colaneri, HYLA, Irene Servillo, It’s All Paid, L’altralena, Latododici, Le Terre di Rò, Lieve, Little Freak, Luca Pensa, LSD, manincuore, Marechiaro Handmade Jewellery, Marianna Canciani, Mic design, MM ceramica, NearteNeparte art&craft, PIN | Prodotto Interamente Napoletano, Resli Tale, Rosy HandMade, Salvatore Liberti Illustration, Simona Materi Goldsmith Designer, Terry Di Renzo Jewels, The Knitting Fox, Trallallá.

Il programma delle due giornate:
>> sabato 15 dicembre
11.00 apertura
12.00 visite guidate a cura di Archintorno
13.00 pranzo a cura di Piatto Forte – Catering e cucina a domicilio a Napoli
16.00 visite guidate a cura di Archintorno
17.00 I conti tornano – spettacolo per bambini di e con Ljuba Scudieri
18.30 Lucia Migliaccio – spettacolo di e con Antonella Romano
19.00 aperitivo a cura di Piatto Forte
20.00 Dr. Jazz & Dirty Bucks Swing Band in concerto
22.00 chiusura

>> domenica 16 dicembre
11.00 apertura
12.00 visite guidate a cura di Archintorno
13.00 pranzo a cura di Piatto Forte – Catering e cucina a domicilio a Napoli
16.00 visite guidate a cura di Archintorno
17.30 Libri Pop Up. Lettura e workshop a cura di Il mattoncino. Dai 5 anni. 8€
18.00 esibizione dei bambini del Piccolo Circo, a cura di Ramblas
19.00 aperitivo a cura di Piatto Forte
19.30 selezione musicale a cura di Famiglia Discocristiana
22.00 chiusura

In mostra “Mesi” libere idee sui calendari di Pazzopilla
Murale a cura di LSD e Trallallá

ingresso gratuito

Divining Triptychs: Printmaking, Dance, and Poetry Across Millennia: works by Robert Woods, Lucinda Weaver, and Alan Bern

Live performance:
Giovedì 22 Novembre ore 18:30
Le Scalze – Chiesa di San Giuseppe delle Scalze – Salita Pontecorvo, 65. Napoli

Le Scalze ospitano la performance e la mostra multimediale che riunisce i lavori di Alan Bern – poeta e storyteller, Lucinda Weaver – coreografa e danzatrice, Robert Woods – artista e fine stampatore. Bern, Weaver e Woods da tempo lavorano lungo linee parallele tessendo insieme le loro opere in collaborazioni pensate per luoghi specifici. Woods e Bern hanno creato e condotto insieme per quarant’anni Lines & Faces (linesandfaces.com) un’edizione di preziosa stampa d’arte. Weaver – che ha ballato con la Margaret Jenkins Dance Company – ha co-creato performance di danza e poesia con Bern per 15 anni, unendo le due arti sotto il titolo PACES: dance & poetry fit to the space. La performance napoletana del 22 novembre vede l’allestimento di poesia e danza di Bern e Weaver affiancata dalle stampe d’arte di Lines & Faces (linesandfaces.com) con le illustrazioni di Woods. Al centro dell’evento vi sono le traduzioni da Dante di Bern e il suo poema “Dialogo”, un drammatico scambio tra Ildegarda di Bingen e Francesco D’Assisi.    

 

BIOGRAFIE:

Lucinda Weaver si è formata come danzatrice e ha studiato danza, con David Wood, presso l’Università della California a Berkeley dove ha incontrato Margaret Jenkins che la ha invitata a essere co-fondatrice della Margaret Jenkins Dance Company in San Francisco. Ha poi vissuto in Europa dove ha lavorato come danzatrice solista e coreografa. Al momento è docente ospite presso la Teatro Dimitri Accademia, università svizzera di teatro movimento.

Robert Woods si è formato come maestro di disegno, incisione e artigiano stampatore all’Università della California a Santa Barbara e ha lavorato per oltre 30 anni presso la Madison Street Press di Oakland. E’ pittore, scultore, incisore e tipografo d’arte.

Alan Bern è stato a lungo bibliotecario per bambini – ora è in pensione – alla Berkeley Public Library e ha lavorato per 25 anni presso le biblioteche pubbliche del territorio della baia di San Francisco. Ha pubblicato due raccolte di poesie per la Fithian Press: No no the saddest (2004) e Waterwalking in Berkeley (2007). Un terzo volume –  Greater distance and other poems (2015) – è stato curato per le edizioni d’arte da lui fondate Lines & Faces, con le illustrazioni di Robert Woods, linesandfaces.com. Alan è anche traduttore di poesie dall’Italiano. Performer, lavora con Lucinda Weaver in PACES: dance & poetry fit to the space e con i musicisti di Composing Together, http://composingtogether.org/workshops/48-my-words-my-music.

 

 

Cave Canem. Mostra di Jota Castro

27 ottobre – 26 novembre 2018

Sabato 27 ottobre 2018
ore 10.00 – Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo
ore 12.00 – Castel Sant’Elmo

Sabato 27 ottobre 2018, a Castel San’Elmo si inaugura l’ultima tappa del progetto di Jota Castro a Napoli, realizzato dalla Galleria Umberto Di Marino, dal 25 al 27 ottobre, in diverse sedi espositive: Galleria Umberto Di Marino, Ipogeo di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, Riot Studio, Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo e Castel Sant’Elmo, alternando opere fondamentali per il percorso dell’artista a nuove produzioni.

Jota Castro continua a sviluppare le sue note a margine sulla recente storia europea, stavolta immergendosi nel cuore della città che considera come uno straordinario laboratorio sociale, per attivare punti di vista differenti rispetto alle conflittualità che animano da più parti la società contemporanea. Rileggere alcuni dei lavori alla luce dei luoghi che li ospitano significa, infatti, avvicinare la riflessione su questioni cruciali del nostro tempo alla quotidianità di chi abita il territorio, invertendo il linguaggio brutale che recentemente connota il dibattito politico con lo spiazzamento che il lavoro dell’artista è stato sempre in grado di provocare nel pubblico. La ricerca maturata durante tutto l’arco temporale della collaborazione con la galleria, infatti, si è strutturata in una coerente analisi socio-politica e culturale della crisi, partendo innanzitutto dall’evoluzione dell’idea stessa d’Europa, prima ancora che delle sue istituzioni.

I temi delle migrazioni, della chiusura dei confini e dell’avvento delle politiche nazionalistiche, a seguito delle pressioni economico-fiscali e della disgregazione culturale, sono stati individuati negli anni da Jota Castro come campanelli d’allarme per il doloroso svuotamento di significato del sogno di una politica transnazionale, garante dei diritti umani e civili, che tuttavia continua a mantenere il suo fascino ideologico.

Da un paesaggio cupo, di vecchi fasti ormai posticci e bellezza deturpata, il progetto di questa esposizione riparte, fornendo nuove cornici interpretative ai fenomeni presi in esame. I lavori site-specific si fanno messaggeri di una riflessione che offre uno spazio ancora possibile d’immaginazione, in cui tentare di ricucire questa ferita collettiva e ridare sostanza e concretezza a ciò che rimane della nostra storia comune.

I temi della ricerca dell’artista si sviluppano nelle diverse sedi: alla Galleria Umberto Di Marino protagonista è la storia della globalizzazione del XXI secolo; nell’Ipogeo del Purgatorio ad Arco, il rischio per le giovani promesse di essere oppresse dal passato nella ricerca dei propri spazi di libertà e d’immaginazione; nelle opere al Riot Studio le ferite che restano impresse nella coscienza con un invito a cercare nuove soluzioni. Sentimenti simili animano le installazioni presenti nella Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, dove il gesto di sporgersi a guardare il futuro in una culla e ritrovare il proprio volto, come in Leche y Ceniza (2008), responsabilizza nei confronti del mondo che stiamo lasciando alle nuove generazioni, drammaticamente segnato dai confini che ci auto infliggiamo (Borders, 2006), dai rispettivi dogmatismi con cui affrontiamo il dibattito sulle conseguenze dei cambiamenti climatici (Kerigma, 2010, già esposta al Museo MADRE nella collettiva Trasparenze), dai pregiudizi che accompagnano l’incontro con nuove culture (Energy, 2006). La preoccupazione dell’artista si sintetizza allora in un gesto lirico estremo, che tenta di ricucire una crepa con l’oro, materiale simbolo della storia del colonialismo, senza riuscirci ancora fino in fondo in Is it getting better? (2018).

I lavori esposti al Castel Sant’Elmo, cercano quindi di scardinare gli immaginari negativi ormai legati al tema del viaggio, come evidente nel festone di manette che si staglia contro il paesaggio cittadino in Possa la tua luce essere eterna e il tuo dolore transitorio (2018) e in Because the life (2008) con i volti contratti e accartocciati di quanti sono partiti motivati dalla speranza. Jota Castro recupera la dimensione simbolica dell’attraversamento con il blu Mediterraneo e il rosso sangue di Atardeceres rojos e Hope and blame (2018) nelle acquasantiere, mentre cerca ossessivamente di rammendare i resti della bandiera europea fino a quando non si trasforma in un unico tappeto di spille da balia (Jugaad, 2013-2018).Infine, affida il sogno di un lieto approdo alle mani delle decine di persone che hanno piegato le barchette di carta de La Niña, la Pinta e la Santa Maria (2009-2018, installazione esposta anche alla 17a Biennale di Sidney) un invito a recuperare una condizione ideale d’innocenza da portare con sé nel nuovo mondo che ci si accinge a costruire.

Il percorso si è aperto il 25 ottobre, alla Galleria Umberto Di Marino, con la granitica solidità dell’acciaio, protagonista della storia della globalizzazione del XXI secolo: Chi non si indigna della situazione in cui ci troviamo è un pezzo di merda (2018) pone l’attenzione sull’errata convinzione di aver superato, attraverso la tecnologia, la necessità di risorse materiali, le quali restano comunque alla base del nuovo colonialismo. Le false impressioni sono presenti anche nelle tracce di una storica performance al Palais de Tokyo, Discrimination day (2005), in cui venivano ostacolati durante l’ingresso al museo tutti i visitatori che non avevano mai sperimentato una condizione di discriminazione. In Enjoy your travel (2006), lavoro site-specific realizzato per una precedente mostra e riallestito in questa occasione per l’urgenza dei suoi contenuti, il volo immaginario sulla pista che termina fuori dalla finestra per scampare a questa miopia politica e sociale viene preceduto dall’atto di rompere con il passato attraverso Breaking Icons (2004-2018) ovvero le icone che hanno fortemente caratterizzato l’identità europea nel bene e nel male.

Durante la seconda giornata di apertura, il 26 ottobre, ricorrono considerazioni simili nello spazio dell’Ipogeo del Purgatorio ad Arco, dove 12 farfalle, come le 12 stelle della bandiera europea, vengono rappresentate nella loro fragile precarietà, schiacciate da massi vulcanici provenienti dal Vesuvio. Refricare cicatricem (2018) è un grido rivolto alle giovani promesse che rischiano di essere oppresse dal passato nella ricerca dei propri spazi di libertà e d’immaginazione. L’installazione è introdotta dal ritmo convulso di Someone like me (2018), il numero di vite umane perse nel Mediterraneo negli ultimi cinque anni, destinato purtroppo a salire incessantemente.

Ferite che restano impresse nella coscienza comune come tagli in una bandiera, generatrici di mostri e di paure sintetizzati nello spazio del Riot Studio da Would I lie to you? (2018), due occhi terrorizzati che sbucano dalle assi di legno del pavimento. Uno sguardo privato di ogni controllo sul proprio futuro, nella cui impotenza ciascuno può in parte riconoscersi, passando in rassegna le piccole pesantissime tessere marmoree che compongono il metro di problemi di Panem et Circenses (2011). Ancora una volta l’artista invita a cercare nuove soluzioni, mandando al macero il peso della tradizione come in Biblioteca 01 (2008), che raccoglie brandelli di volumi cardine della storia napoletana e dell’identità mediterranea.

Jota Castro è nato nel 1965 a Lima, in Perù, vive e lavora a Bruxelles, in Belgio
Jota Castro è un artista e un curatore. Ha esposto al Palais de Tokyo, Parigi, Kiasma Helsinki, alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Gwangju, dove ha ricevuto il Gran Premio della Biennale nel 2004. Ha curato il “Pabellon de la Urgencia” per la 53 a e 55a Biennale di Venezia e nel 2011 Dublin Contemporary.
Ha esposto alla Biennale di Sydney, Uplands Gallery e Y3K Art Center, Melbourne, Contemporary Art Museum Santiago del Cile, Josee Bienvenu Gallery, New York, Barbara Thumm Gallery, Berlino, Jumex Collection, Messico, Fondazione Helga de Alvear, Madrid, Galleria Massimo Minini, Brescia, Italia.
Tre sono le mostre personali che Jota Castro ha realizzato alla Galleria Umberto Di Marino: Enjoy your travel nel 2006, Memento mori nel 2011, Gemütlichkeit nel 2013.

 

Presentazione di “Colazione a Sarajevo” di Luigi Lusenti

Sabato 27 ottobre 2018 presso Le Scalze, alla Salita Pontecorvo 65, alle 17.30 si terrà la presentazione del libro di Luigi Lusenti, “Colazione a Sarajevo”, organizzata dal Forum Tarsia e dal Coordinamento Le Scalze. Sarà presente l’autore  che discuterà della suo libro  con Sergio Bizzarro, Costanzo Ioni e tutti i presenti.

Colazione a Sarajevo esce più di vent’anni dopo i fatti che vengono narrati relativi alla guerra nella ex – Jugoslavia.  “Non è un saggio, non è neppure un reportage seppur il racconto è il più fedele possibile. È più l’espressione di uno stato d’animo, un patchwork quasi sempre di situazioni vissute. L’autore, fra il 1991 e il 1996, ha partecipato attivamente a manifestazioni per la pace sia nelle più sicure retrovie dell’Unione Europea sia, in prima linea, sotto i palazzi minacciosi degli oligarchi jugoslavi, ha attraversato più volte i territori in guerra per spedizioni di soccorso, è stato corrispondente del Manifesto, ha avuto un ruolo di primo piano in operazioni quali Telefonski Most. Si è detto che ciò che è successo era prevedibile, che l’odio etnico e religioso aveva radici profonde e tenaci, eppure quali erano i segnali evidenti in città e quartieri non corrosi da pratiche di apartheid o di una qualsiasi forma di ghettizzazione, quale è stato il fiume sotterraneo che ha improvvisamente fatto emergere sentimenti di così violenta negazione dell’altro.

Lusenti non evita di descrivere nel suo complesso anche il mondo di cui fa parte, quella comunità di pacifisti e giornalisti che ha pagato un duro prezzo con numerose vittime sul campo ma che comunque non è esentata da critiche ad alcuni eccessi e deviazioni. È dunque un resoconto senza omissioni e si prova una sensazione di inadeguatezza, anche per esprimere un semplice commento, rispetto a questa pluralità di vicende descritte, una narrazione ancora più inquietante perché consapevole di rappresentare solo un frammento, seppur esemplare, di migliaia di accadimenti. È questa probabilmente l’utilità di questo libro che ci costringe a misurarci con l’inadeguatezza delle nostre strutture sociali quando esplode la brutalità e la violenza, oggi che si agitano sentimenti di intolleranza nei confronti dei disperati che arrivano nei nostri paesi in cerca di una prospettiva di vita, il riemergere di follie razziste, religiose, nazionaliste che rappresentano la negazione dell’essere umano, nessuno può opporsi all’esistenza di un altro, non può esserci un luogo sbagliato dove nascere e morire” (Dalla post-fazione di Costanzo Ioni).

C’è qualcuno lì dentro?

Mostra di pittura collettiva, esito del laboratorio condotto da Caroline Peyron durante l’anno 2017/18 alle Scalze. Inaugurazione sabato 20 ottobre alle ore 17.00.
Domenica 21/10 apertura della mostra alle 11.00. Alle ore  12.00 laboratorio di pittura collettiva aperto a adulti e bambini. Dopo l’interruzione per il pranzo riapertura alle 17.00

Di cosa parliamo quando parliamo di progresso?

Sabato 13 ottobre alle 17.30 presso Le Scalze, alla Salita Pontecorvo 65, riprende, dopo la pausa estiva, il ciclo di Conversazioni filosofiche per tutti, “Vieni a prendere un tè alle Scalze”, organizzato dal Forum Tarsia e dal Coordinamento Le Scalze.

Il primo incontro autunnale avrà come tema “Di cosa parliamo quando parliamo di progresso?”.

Sorseggiando una tazza di tè cercheremo di analizzare una delle parole centrali del nostro lessico quotidiano.  Come scrive il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein:  “La nostra civiltà è caratterizzata dalla parola Progresso. Il progresso è la sua forma, non una delle sue proprietà….”.  Eppure mai concetto, tanto importante, in quanto costitutivo dell’essenza stessa della modernità, è apparso al tempo stesso tanto controverso, oggetto privilegiato di continue puntualizzazioni critiche che ne hanno messo in evidenza impietosamente le aporie e le ambivalenze.  Nella storia della cultura occidentale, ogni movimento orientato verso un futuro che si suppone migliore del suo punto di partenza, è sempre stato accompagnato da una controspinta, da un ripiegamento nostalgico verso il passato, verso un mondo perduto che va irrimediabilmente dileguandosi. Come ha scritto Jacques Bouveresse “c’è sempre nel progresso qualcosa che avanza e insieme retrocede, e anche chi si sente in dovere di credere nel progresso non riesce mai a decidere davvero se ciò che prevale sia l’avanzamento o l’arretramento”.

La domanda che cercheremo di porci nel corso dell’incontro è se esista realmente qualcosa che possa definirsi progresso. Soprattutto dopo il secolo di Auschwitz e Hiroshima, dei massacri di massa e delle pulizie etniche, della devastazione ambientale e dell’esaurimento delle risorse del pianeta. E se esiste veramente qualcosa che procede verso una direzione migliore, in cosa consiste tale miglioramento? Si tratta di un mero accrescimento quantitativo o piuttosto di un mutamento qualitativo? E ancora: a chi può essere ascritto tale progresso? Al singolo individuo, alla società, a una nazione in particolare o all’umanità intera? Infine: può essere considerato progresso quello che oggi appare una semplice accelerazione e velocizzazione delle operazioni del vivere quotidiano determinate dallo sviluppo della Tecnica?